Ultimo mistero del delitto Cesaroni: Pietrino Vanacore, l'ex portiere dello stabile di via Poma, nel quale fu trovata uccisa Simonetta, si è tolto la vita. Vanacore si è gettato in acqua con una pietra legata al collo in località Torre Ovo, vicino Torricella, in provincia di Taranto, dove risiedeva ormai da anni. Il suo corpo è stato recuperato dai vigili nel pomeriggio, e sottoposto a una prima ispezione cadaverica dal medico legale Massimo Sarcinella. Una fune era attorno ai piedi: non si è saputo se legasse entrambe le caviglie o una sola. Il corpo è stato poi condotto nell'obitorio dell'ospedale di Taranto.
Il pm che dirige le indagini, Maurizio Carbone, sta ora interrogando, con i carabinieri di Manduria e Torricella, alcuni amici di Vanacore per cercare evidentemente di comprendere lo stato d'animo dell'uomo negli ultimi tempi. Anche il sindaco di Torricella, Giuseppe Turco, medico e molto amico di Vanacore, è stato chiamato per essere sentito.
Vanacore - è stato confermato dagli investigatori - ha lasciato nella sua auto, parcheggiata nelle vicinanze, due biglietti con la scritta: «20 anni di sofferenze e di sospetti ti portano al suicidio». Un biglietto era sul tergicristallo dell'auto e uno all'interno
della vettura. Sul posto, oltre a polizia e carabinieri, si è recato il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Taranto, Franco Sebastio.
Il 26 maggio del 2009 la Procura di Roma aveva deciso di archiviare l'ultima indagine su Vanacore rispetto al suo presunto coinvolgimento nella vicenda. Gli accertamenti, aperti nel solco dell'inchiesta per la quale la Procura di Roma ha chiesto poi il rinvio a giudizio di Raniero Busco, che all'epoca dei fatti aveva una relazione sentimentale con la Cesaroni, avevano portato nell'ottobre del 2008 ad una perquisizione nell'abitazione di Vanacore, in Puglia, dove l'anziano risiedeva da tempo con la moglie.
Il 20 aprile del 2009 il legale di Vanacore aveva dichiarato: «Vanacore ha sofferto per la pressione mediatica sfociata nel mancato rispetto della privacy. Ha cercato di dimenticare, ma il periodico aggiornamento della vicenda ha riaperto la ferita. Lui ha sempre detto che il più bel giorno della sua vita sarà quando il caso sarà risolto». Ma non è riuscito ad aspettare quel giorno.
Vanacore avrebbe dovuto testimoniare il prossimo 12 marzo in aula al processo che si tiene a carico dell'ex fidanzato di Simonetta, Raniero Busco, rinviato a giudizio lo scorso novembre a conclusione delle nuove indagini effettuate dalla magistratura. Il processo a carico di Busco è iniziato il 3 febbraio scorso nell'aula bunker di Rebibbia. La ragazza fu uccisa il 7 agosto del 1990 con 29 colpi di tagliacarte in un ufficio di via Poma. L'ex ragazzo della giovane assassinata è accusato di omicidio volontario aggravato.
Secondo i pm Simonetta era incinta, e questo sarebbe il movente dell'omicidio. Per gli inquirenti, l'uomo, alla notizia, avrebbe avuto uno scatto d'ira e l'avrebbe uccisa. Per la Procura Busco non ha più nessun alibi. Ha detto di non sapere dove la giovane lavorasse e invece l'avvocato della famiglia rivela di averlo saputo proprio da Busco. Il suo Dna è sugli indumenti della vittima. L'uomo in un primo momento aveva raccontato che il pomeriggio del delitto era con un amico. Quest'ultimo ha però negato la circostanza, mettendo in difficoltà Busco. Ogni accusa viene respinta dall'imputato colpo su colpo. "Non sono io il responsabile", dichiara, come si legge dai verbali, Busco.
Della relazione di Simonetta con Raniero ha parlato anche la madre della vittima, definendo quel rapporto ''burrascoso''. La donna è stata sentita come testimone al processo davanti alla terza Corte d'Assise di Roma.